September 1, 2010
raelmozo:locusta:


a bad song for the diver

quest’estate ho fatto di tutto per non pensare a te. so che sembra il verso di qualche tremenda canzone d’amore, ma è così. per una volta ho preso treni di sola andata, bevuto fino ad accasciarmi sul pavimento di una casa che non ricordavo di aver visto prima - e in cui pure ero ospite ormai da cinque giorni - ascoltato i discorsi assurdi di gente ancora più assurda, ho letto i libri che mi sembravano più appropriati, quelli in grado di portarmi anche solo un po’ più in là di dove mi trovavo in quel momento. ho guardato negli occhi una falena testa di morto, ascoltato il suo strano verso.sono stato con la mia famiglia, incolpevole e inconsapevole del fatto di farmi sentire un leone in gabbia. siamo andati al lago, camminato in mezzo ai turisti sotto gli alberi del viale, parlando del futuro incerto e di posti da visitare, un giorno o l’altro. con mio padre la sera ci siamo fatti una di quelle passeggiate che una volta erano la norma, d’estate. nel paese di nonna, su e giù per le colline fra il verde dei declivi, vecchie case rimesse a nuovo e le targhe commemorative dei caduti della prima guerra mondiale, ai bordi delle strade, come se la guerra fosse un grosso tamponamento a catena. (credo di averti raccontato come ai tempi cercasse ancora di capire cosa avessi dentro questa testa).ho parlato con amici che non vedevo da anni, fatto finta di essere una persona migliore di quello che in realtà sono, lasciato intuire grandi cose che ancora oggi non so se farò mai. ho provato ad attraversare un braccio di mare e, nonostante ormai sia un ottimo nuotatore, mi sono fermato a metà strada, con la testa che mi scoppiava, non i polmoni. ho provato a fare il morto guardando il cielo, cercando di fermare con lo sguardo le nuvole. e mi sono guardato anche in giro, come si dice, facendo il possibile per divertirmi, attaccato bottone con una delle mie stupide battute. ho ballato anche senza saper ballare sopra musica orribile, simulando delle gran mosse di karate proprio in mezzo alla pista. certo che mi sono reso ridicolo e certo che mi ricordo quanti anni ho, ma a 35 anni non ho ancora capito come si fa a fermare una valanga.ho camminato su e giù per sentieri di montagna e se avessi potuto non fermarmi l’avrei fatto. ho benedetto gli amici che erano lì, ignorando tutto questo.ho cercato di non ricordare quando un sabato sera, tornando a casa tua, mi hai portato in quel quartiere stranissimo da cui si entrava sotto una volta con una specie di enorme lampadario. lo so, è un architetto famoso ed eccentrico che ha disegnato l’intero quartiere, ma mi ricordo solo che sembrava di stare da nessuna parte e che ci stavo bene. dire banalità, una dietro l’altra, ma anche trovare le parole giuste, a volte. è stato anche questo, io sono anche questo. e un po’ di banalità non potrà che farmi bene.pur sapendo tutto quanto, ho sperato.ma alla fine ci sono riuscito davvero, a dimenticarti, solo quando mi lanciavo dagli scogli. da sempre più in alto: tre, quattro, cinque, sei metri e se non fossi tornato probabilmente avrei continuato così, sempre più in alto, ancora di più, fantasticando su come sarebbe stato il prossimo tuffo, l’impatto sull’acqua, quanto prima avrei dovuto tendere le gambe e unirle, a che distanza tenermi dalla parete prima che diventasse davvero pericoloso, tutto questo.ho sfidato la forza di gravità ben sapendo che non l’avrei mai avuta vinta. ma per un secondo solo riuscivo a ingannarla. e a fregare pure te. come quando ami, se ti tuffi non puoi pensare ad altro che a tuffarti. io sono un kamikaze felice. felice di essere un kamikaze. e la brutta canzone finirebbe con “anche ora che tu non ci sei più”.(photo taken last summer by my friend Elena D.B. - i am safe now…)

raelmozo:locusta:

a bad song for the diver

quest’estate ho fatto di tutto per non pensare a te. so che sembra il verso di qualche tremenda canzone d’amore, ma è così.
per una volta ho preso treni di sola andata, bevuto fino ad accasciarmi sul pavimento di una casa che non ricordavo di aver visto prima - e in cui pure ero ospite ormai da cinque giorni - ascoltato i discorsi assurdi di gente ancora più assurda, ho letto i libri che mi sembravano più appropriati, quelli in grado di portarmi anche solo un po’ più in là di dove mi trovavo in quel momento.

ho guardato negli occhi una falena testa di morto, ascoltato il suo strano verso.

sono stato con la mia famiglia, incolpevole e inconsapevole del fatto di farmi sentire un leone in gabbia. siamo andati al lago, camminato in mezzo ai turisti sotto gli alberi del viale, parlando del futuro incerto e di posti da visitare, un giorno o l’altro. con mio padre la sera ci siamo fatti una di quelle passeggiate che una volta erano la norma, d’estate. nel paese di nonna, su e giù per le colline fra il verde dei declivi, vecchie case rimesse a nuovo e le targhe commemorative dei caduti della prima guerra mondiale, ai bordi delle strade, come se la guerra fosse un grosso tamponamento a catena. (credo di averti raccontato come ai tempi cercasse ancora di capire cosa avessi dentro questa testa).

ho parlato con amici che non vedevo da anni, fatto finta di essere una persona migliore di quello che in realtà sono, lasciato intuire grandi cose che ancora oggi non so se farò mai. ho provato ad attraversare un braccio di mare e, nonostante ormai sia un ottimo nuotatore, mi sono fermato a metà strada, con la testa che mi scoppiava, non i polmoni.

ho provato a fare il morto guardando il cielo, cercando di fermare con lo sguardo le nuvole.

e mi sono guardato anche in giro, come si dice, facendo il possibile per divertirmi, attaccato bottone con una delle mie stupide battute. ho ballato anche senza saper ballare sopra musica orribile, simulando delle gran mosse di karate proprio in mezzo alla pista. certo che mi sono reso ridicolo e certo che mi ricordo quanti anni ho, ma a 35 anni non ho ancora capito come si fa a fermare una valanga.

ho camminato su e giù per sentieri di montagna e se avessi potuto non fermarmi l’avrei fatto. ho benedetto gli amici che erano lì, ignorando tutto questo.

ho cercato di non ricordare quando un sabato sera, tornando a casa tua, mi hai portato in quel quartiere stranissimo da cui si entrava sotto una volta con una specie di enorme lampadario. lo so, è un architetto famoso ed eccentrico che ha disegnato l’intero quartiere, ma mi ricordo solo che sembrava di stare da nessuna parte e che ci stavo bene. dire banalità, una dietro l’altra, ma anche trovare le parole giuste, a volte. è stato anche questo, io sono anche questo. e un po’ di banalità non potrà che farmi bene.

pur sapendo tutto quanto, ho sperato.

ma alla fine ci sono riuscito davvero, a dimenticarti, solo quando mi lanciavo dagli scogli. da sempre più in alto: tre, quattro, cinque, sei metri e se non fossi tornato probabilmente avrei continuato così, sempre più in alto, ancora di più, fantasticando su come sarebbe stato il prossimo tuffo, l’impatto sull’acqua, quanto prima avrei dovuto tendere le gambe e unirle, a che distanza tenermi dalla parete prima che diventasse davvero pericoloso, tutto questo.
ho sfidato la forza di gravità ben sapendo che non l’avrei mai avuta vinta. ma per un secondo solo riuscivo a ingannarla. e a fregare pure te. come quando ami, se ti tuffi non puoi pensare ad altro che a tuffarti.

io sono un kamikaze felice. felice di essere un kamikaze. e la brutta canzone finirebbe con “anche ora che tu non ci sei più”.

(photo taken last summer by my friend Elena D.B. - i am safe now…)

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